Matilde Bassani Finzi
documenti 1943 - 1945

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Nota biografica

La nota biografica che segue, dedicata soprattutto agli anni della lotta partigiana, è un importante punto di riferimento per capire i documenti raccolti nel libro, alcuni dei quali riguardano la storia personale di Matilde e Ulisse. Quanto scritto si basa sulla testimonianza diretta di Matilde Bassani e sui documenti del periodo da lei conservati.

Matilde Bassani nacque a Ferrara l'8 dicembre 1918. Fin da bambina fu educata dai genitori nel segno dell'antifascismo. Il padre, professore di tedesco all'Istituto Tecnico di Ferrara, venne licenziato per le sue idee antifasciste nei primi anni ‘20. Per seguirlo nei vari spostamenti dovuti ai cambiamenti di lavoro, la famiglia fu costretta a trasferirsi prima a Ceva e poi ad Asti, e infine tornò a Ferrara, dove Matilde finì di frequentare il ginnasio e il liceo classico.

Della sua famiglia fecero parte illustri antifascisti, che influenzarono profondamente la sua crescita morale e politica. Lo zio Ludovico Limentani, fratello della madre Lavinia, fu uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti. Lui e la moglie Andreina divennero un punto di riferimento per Matilde, una volta tornata a Ferrara: a casa loro incontrava tutti i rappresentanti della cultura antifascista ferrarese. Ebbe per cugino Eugenio Curiel, antifascista e combattente nella resistenza, ucciso dai fascisti nel ‘45: divennero grandi amici nel periodo in cui Matilde frequentava l'Università di Padova in cui lui insegnava.

Matilde iniziò la militanza socialista mentre frequentava il liceo, spinta anche dall'esempio dato dall'amato Professore Francesco Viviani, suo insegnante di greco e latino – sarebbe morto a Buchenwald nel 1945 – che la introdusse in un gruppo di dissenso ferrarese riunito attorno alla figura di Alda Costa. Cominciò a darsi da fare con grande entusiasmo.
A casa di Alda Costa il gruppo si riuniva per decidere come portare avanti la lotta: si fornivano aiuti alle famiglie degli arrestati, si compilavano volantini di protesta e si distribuiva stampa clandestina nelle fabbriche e in città. Matilde ricorda ancora quelle riunioni, quelle serate come momenti tra i più felici della sua vita. La promulgazione delle leggi razziali, nel 1938, non portò grandi cambiamenti nella sua vita, essendo già antifascista e quindi fra i "perseguitati", ma fu un vero colpo per i molti ebrei ferraresi.
Bisogna però ricordare che molti ferraresi, anche funzionari fascisti, si mostrarono solidali verso gli ebrei perseguitati.

Dopo la promulgazione delle leggi razziali i ragazzi ebrei non poterono più frequentare le scuole pubbliche. La Comunità ebraica di Ferrara organizzò, nell'Asilo Infantile di Via Vignatagliata, una scuola elementare e media per permettere a questi ragazzi di sostenere gli esami di fine anno presso le scuole pubbliche. Matilde insegnava materie letterarie nella scuola media insieme ad altri ebrei come Giorgio Bassani e Vito Morpurgo.
Gli insegnanti cercavano di dare coraggio agli allievi, di abituarli a sentirsi diversi ma non inferiori. Fu un lavoro delicato e difficile, anche perché alcuni ragazzi provenivano da famiglie che erano state fortemente fasciste. La scuola non era ben vista dalle autorità e per un certo periodo Matilde ed altri insegnanti furono precettati e mandati a lavorare al reparto estero del Consorzio Agrario Provinciale, a preparare cassette di patate per la Norvegia. Matilde infilava nelle cassette messaggi e informazioni sulla loro situazione, in inglese, sperando che qualcuno li leggesse e venisse a liberarli!
Negli stessi anni frequentava l'università a Padova, dove si laureò in lettere nel 1940.
Anche qui si dava da fare: faceva la staffetta con la stampa clandestina e teneva i contatti tra gli antifascisti di Ferrara e il gruppo padovano che faceva capo a Concetto Marchesi e Norberto Bobbio, entrambi insegnanti a Padova. Concetto Marchesi, suo professore, più tardi scrisse di lei: «il suo nome suonava allora come quello di una intrepida compagna che dava agli anziani l'esempio della fermezza, dell'intelligenza e dell'onore».

L'11 giugno del ‘43 venne arrestata con altri compagni con l'accusa di azione sovversiva e rimase in carcere fino alla caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943. Quando venne condotta in carcere, la madre la salutò dandole un bacio e dicendole: «Adesso fa il tuo dovere!». Sostenne lunghissimi interrogatori, sapendo che non doveva assolutamente parlare, fece lo sciopero della fame e quello dell'aria – rinunciava cioè all'ora d'aria –, subì le angherie di guardie carcerarie «sadiche e mal pagate», come lei stessa le ha definite. Si ricorda in particolare con raccapriccio di una guardia sarda che si divertiva a picchiare le carcerate omosessuali con la fibbia della cintura: la faceva assistere al pestaggio minacciandola che se non fosse rimasta immobile le avrebbe picchiate più forte. Sempre lo stesso uomo, le portava da mangiare in cella.
Matilde, giovane e orgogliosa, a volte "faceva la dura" e rifiutava il cibo: la guardia allora le gettava il piatto di minestra in faccia, ma poi, appena se ne era andato, lei, affamata, tirava su la minestra dal pavimento prima che le cimici ci si avventassero sopra e la mangiava.

Uscita dal carcere non pensò subito di andar via da Ferrara, ma ai primi di novembre un signore fermò la madre per strada e le disse di avvisare Matilde di non tornare a casa perché c'era in giro "il camion che tirava su i politici". Matilde scappò in bicicletta a Rubiera e da lì prese il treno per Roma. Non potendo più tenere il suo nome, assunse quello della cugina Giuliana Sala, emigrata in America. In un primo tempo fu ospitata da Pina Brunelli, poi, tra novembre e dicembre, visse a Rocca di Papa, vicino Roma, a casa di un conoscente dell'amico Ettore Vitali. Se ne dovette andare quando scoprì che quest'uomo aveva contatti con i tedeschi. A Roma entrò presto in contatto con i gruppi di lotta del PSIUP - Partito socialista di unità proletaria - e cominciò così la sua battaglia partigiana.

Matilde ricorda alcuni compagni di lotta, con i quali condivise momenti indimenticabili, belli e brutti: Vito Morpurgo, Carlo Andreoni e suo fratello Giorgio, Aladino Govoni, fucilato alle Fosse Ardeatine, Angelo Lombardi detto, "Lampo", il compagno di tante azioni, e poi Piero e Anna Battara, Cerri del gruppo Ferrovieri di Roma, Eugenio Colorni, il Dottor Franco Franchini, l'Avvocato Domenico Grisolia, Elena La valle, Matteo e Giancarlo Matteotti, il Professor Pino Marafini, Ida Palombi, Leonida Repaci, il Dottor Appio Claudio Rocchi, il Tenente Piero Spaccamonti, Giorgio Vecchietti, Ettore Vitali, per citarne alcuni.
Con loro Matilde svolgeva servizio di informazioni, faceva la spia infiltrandosi tra i fascisti, si occupava della compilazione e distribuzione di documenti falsi, distribuiva giornali e opuscoli di propaganda, trovava rifugio a ebrei e perseguitati, trasportava armi da una Matilde Bassani Finzi Partigiana 11 parte all'altra della città.

Il 23 marzo del 1943 – era andata in Vaticano per cercare ospitalità per due rifugiati polacchi – fu fermata dalle SS e dalla polizia fascista: riuscì a fuggire, ma le spararono a un ginocchio. Questo ed altri episodi furono poi trasmessi da Radio Londra nel racconto"Un'insegnante combattente".

Poco prima, ospite a casa delle amiche Donna Manù e Liana Balbo a Punta Ala, aveva
conosciuto il futuro marito Ulisse Finzi. Liana Balbo infatti lo aveva invitato tramite un telegramma nel quale, scherzando, gli comunicava di aver trovato una moglie per lui: Ulisse, accettato l'invito, arrivando aveva trovato Matilde agghindata come una sposa con un vestito fatto di tende. I due si sposarono davvero pochi mesi più tardi, il 4 aprile del 1945.

Insieme ai fratelli Andreoni e a Ulisse, Matilde fu tra gli organizzatori del Comando Superiore Partigiano. Le principali attività del Comando durante il periodo clandestino, cioè fino alla liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944, furono la formazione di bande partigiane, il mantenimento dei contatti con l'Italia centro–settentrionale, un servizio di informazioni militari, l'organizzazione di azioni belliche e di sabotaggio, l'emissione di documenti falsi, la diffusione di stampa clandestina di vario genere e del giornale "Il Partigiano", fondato da Carlo Andreoni. Dopo la liberazione di Roma il Comando cominciò una collaborazione con gli alleati in vari campi, tra cui lo scambio di informazioni militari e politiche, l'epurazione fascista, la partecipazione alle attività del Psicological Warfare Branch, l'Ufficio per la Guerra Psicologica. Il Comando divenne«un vero centro di smistamento dei patrioti», come si legge in una lettera del Comando stesso agli alleati. Si occupava dell'assistenza ai partigiani che numerosi si presentavano ogni giorno alla sua sede, dando loro vitto e alloggio, vestiti, denaro, cure mediche, cercando loro un lavoro. Portava notizie alle famiglie dei partigiani che ancora si trovavano nei territori occupati, svolgeva attività di propaganda tramite volantini, manifesti e il giornale "il partigiano".

Mentre lavorava con il CSP, Matilde collaborava con il PWB scrivendo articoli per "Italia Combatte", trasmissione radiofonica e giornale che veniva paracadutato dall'aviazione nei territori ancora occupati.

Una missione molto importante fu quella dell'agosto del ‘44: con un gruppo di compagni di Roma Matilde andò a Firenze, mentre ancora si combatteva la battaglia per la liberazione, per portare armi ai partigiani della brigata Bruno Buozzi. Il gruppo riuscì ad arrivare a destinazione grazie al potente lasciapassare della Central D Section del Psicological Werfare Branch.

Dopo la guerra Matilde e Ulisse sono andati a vivere a Milano. Ulisse ha ripreso l'attività di pellicciaio rimettendo in sesto l'azienda di famiglia, mentre Matilde ha lavorato nel campo del sociale, in particolare occupandosi di rapporti genitori-figli e di problemi di sessuologia.

 
Introduzione
inizio pagina
I. Dalla caduta di Mussolini alla liberazione di Roma